4 ETTI DI PRODOTTI TIPICI

Copia di Badoche08_volto22

4 ETTI DI PRODOTTI TIPICI

DELIZIE DI PROVINCIA, o la mala-banalità dei PRODOTTI TIPICI

“Un litro di latte parzialmente scremato. Uno intero. Mezzo chilo di penne rigate. Un barattolo di fiducia. Due di marmellata alle ciliegie. Un chilo di patate, uno di illusioni. Un arrosto d’infanzia e uno di tacchino: da surgelare. Due bustine di pietà, due di lievito, una serata diversa da tutte, un cespo di abitudini, uno di lattuga, il posto fisso, un tubetto di dentifricio ultrasbiancante, la sigaretta dopo il caffè, una telefonata lunga, il perché, sei rotoli di carta igienica, il weekend al mare, il telegiornale delle otto, una risata scema, qualche mandarino, la verità, però anche no, un flacone di ammorbidente, una confezione di preservativi, una di pannolini, lo yoga, tre pacchi di biscotti panna e cioccolato, un’offerta speciale, il prezzemolo. Serve davvero tutta questa roba, alla gente che passa di qui? Gli serve, certo: ma non gli basta. E allora a che gli serve se non gli basta? Boh. “

                                                              Quattro etti d’amore, CHIARA GAMBERALE

 

Fuori dal piccolo market all’angolo della curva campeggia sbiadita e fiera la scritta in caratteri mediovaleggianti “PRODOTTI TIPICI”. Entro per acquistare un cespo di insalata e una confezione scorta di carta igienica che a casa mia va via più del pane.

Una giovane donna in tenuta tecnica sportiva è alla cassa dinanzi a me, deve pagare un pacco di assorbenti e uno di tegole, biscotti tipici di questa parte di vallata, e attende che la signora prima di lei termini, lentamente, di mettere in ordine la spesa nelle buste, la sua è una spesa da madre di famiglia, di cui però riflette una immagine fuori fuoco. La guardo e mi sembra di non riuscire a vederla. Né la cassiera, né la giovane donna dinanzi a me incalzano la signora dal riflesso sbiadito, ma attendono scuotendo leggermente il capo in un sorriso laterale dalle labbra sottili e abbassate e si guardano con sguardo di intesa, brevemente. Sanno qualcosa che io non so, ostentando il loro sapere. Qualcosa che riguarda quella signora e quel microcosmo di provincia stritolato su sé stesso. Inizio a sentire freddo. La cassiera dalle unghie corte consumate e dalle labbra perfettamente incorniciate dalla matita dello stesso tono acceso del rossetto guarda la giovane donna con compiacenza e complicità, alla cassiera gli occhi stretti quasi brillano mentre la signora si appresta a pagare. Vorrebbe dire qualcosa, ma pensa, forse, possa essere superfluo, in quel momento. La signora si allontana, e la cassiera guarda la giovane donna degli assorbenti e delle tegole sentenziando “la vita comunque continua…”e mentre batte lo scontrino, mi guarda e mi dice, con l’aria di chi, le cose, le sa “per quello che sta così quella, poveraccia, è quella a cui è morto il figlio…sa, quel bambino, poco fa, no?….pare che quando il bambino è stato investito lei era dal parrucchiere e poi il marito anche… ma si può? i figli vanno guardati! ma scusi, non le interessa? Lei è di qui, no?”. Vorrei dire di no, che il diritto al pettegolezzo non si conquista essendo nati nella stesso paese e che io abito in quel paese senza appartenere a quel microcosmo. Vorrei dire NO, non so, non sapevo e NO, NON VOLEVO SAPERE.  La cassiera si blocca e cerca lo sguardo compiacente della giovane donna, aspettando da me domande che non arrivano. Domande che non voglio fare, Non avevo chiesto nulla a lei, cosa l’ha spinta a dovermi raccontare un particolare così doloroso e intimo su una estranea? La cassiera non aveva salutato la signora “poveraccia”con familiarità e consuetudine, quindi, perché? Ho risposto con le strofe di una celebre canzone …sui vizietti di provincia

primo fra tutti il ricorso sfrenato

al pettegolezzo imburrato infornato e mangiato 

quale prelibatezza e meschina delizia per palati volgari 

larghe bocche d’amianto fetide come acque stagnanti 

Ho pagato la spesa canticchiando; il mio piccolo atto di remissione per aver varcato con brutalità la soglia del pudore e del dolore di quella signora sconosciuta, per la mala-banalità, la cattiveria roca e fetida della voce della cassiera in un market di provincia. Perché nella mala-banalità della provincia si deve essere all’occhio rapace dell’altro qualcuno, ad ogni costo. Perché la provincia è un malsano caleidoscopio non di meraviglia ma di deformità e brutture. Perché al market della provincia i deboli si rassicurano tra le scaffalature sempre uguali, gli indecisi si cullano e i vigliacchi si coprono con gli abiti del carnevale e le maschere dei carcerieri, mentre acquistano “il solito” salame.